Ciò che resta dentro di noi

DNA1

Dicono che la vita sia breve. Un soffio di vento, il passo leggero di un’anima che arriva e poi se ne va. Dove? Non si sa, ma se ne va.
Dicono che i giorni siano come granelli di sabbia, che scivolano veloci lungo la sottile parete di vetro di una clessidra. Scendono di corsa, verso il centro, come fosse una gara di velocità.
Dicono. Eppure…
Da qualche giorno su Facebook è attivo un gruppo davvero singolare. I componenti sono arrivati a più di mille in pochi giorni e raccontano la storia di un piccolo paese. Raccontano gli anni che furono, attraverso fotografie e commenti appartenenti al vissuto degli abitanti. Spuntano così immagini in bianco e nero, le fotografie di personaggi che hanno contribuito a dare senso ai giorni, le istantanee di luoghi, botteghe, volti, avvenimenti che hanno segnato tutti gli abitanti: il Palio delle Contrade, i carri di Carnevale del 1979, le processioni per la festa della Madonna, le classi dell’asilo e delle elementari in cui si riconoscono volti di amici che ora sono sparsi chissà dove.
E io, che in questo paese ci sono vissuta e cresciuta, ho sperimentato una sensazione indimenticabile: quella di appartenere ad una storia.
Appartengo alla storia di quei bambini che correvano nel cortile dell’asilo, mentre aspettavano che, al di là della ringhiera, un sordomuto di nome Franco costruisse loro dei topolini con fazzoletti di tessuto. Appartengo alla storia di quei bambini che alle elementari avevano avuto il maestro Messina in storia, la Marchini in italiano e la Bordoni in matematica e all’intervallo giocavano ad elastico nel cortile della scuola, mangiando il pane dolce acquistato dal fornaio del paese.
Appartengo ad una storia dove gli adulti si davano da fare per costruire carri di Carnevale in cartapesta, cucire costumi, suonare sul palco del Cinema, preparare caldarroste nelle fredde domeniche autunnali per i bambini dell’oratorio.
C’era tempo per vivere, tempo per giocare, tempo per condividere.
C’era tempo.
E tutto ad un tratto, la vita non mi è più sembrata così breve, ma densa di volti, avvenimenti, luoghi, fatti, ritrovati come un tesoro nascosto nella soffitta di una casa abbandonata. Dio mio, ma quante cose sono accadute nel trascorrere dei giorni?
La mia mente ha iniziato così a sentire i profumi ed i sapori dell’infanzia, dell’adolescenza e della giovinezza: sono tornata a quei giorni di grande spensieratezza, in cui la nebbia era densa e per andare in chiesa dovevi attraversare un passaggio largo quanto una sola persona. Mi è tornata alla mente la gioia della domenica, quando, dopo la Messa, in piazza si ritrovava il paese per ascoltare le vicende ed i fatti umani. Io vengo da questa storia. Che è una storia semplice, ma onesta. Una storia che in qualche modo mi piacerebbe far vivere ai miei figli, perché densa di incontri.
Dov’è finito il nostro tempo? Perché ora che siamo noi gli adulti, non riusciamo a dare ai nostri figli quello che altri diedero a noi? Abbiamo ricevuto tempo, e non sappiamo far altro che dare ai nostri figli delle cose. Dovremmo dedicarci a questi ragazzi con l’energia e la volontà dei nostri genitori, ecco cosa dovremmo fare. E piantarla di riempire loro la stanza di giochi che fanno morire la relazione, e la settimana di attività come fossero piccoli manager.
Rivoglio i cortili, la domenica pomeriggio con i cugini, la cucina con il profumo del caffè perché ci sia sempre un amico nuovo da invitare… rivoglio l’essere umano, il dialogo, la voglia di condividere.
Rivoglio il tempo del dialogo e dell’ascolto. Le mascherine di Arlecchino e Pulcinella, che non erano altro che personaggi di umili racconti. Rivoglio la piazza piena di un paese in festa e adolescenti con un microfono in mano, per inventarsi una nuova canzone. Ecco cosa vorrei. Perché scorrendo le fotografie ed i commenti dei miei compaesani, ti accorgi di come, alla fine, ciò che resta è solo quel sapore di buono che ti regala il tempo speso per gioire e costruire progetti con un altro essere umano.

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